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Anche oggi é stata una giornata di accesa discussione sui network.

Sto imparando a prendere le misure con questo strumento, che non ammette ragionamenti sottili, non ammette la complessità dei punti di vista e non porta al confronto, ma, piuttosto, per l’assenza di contatto visivo e uditivo, alimenta le incomprensioni.

É finita l’epoca delle riunioni politiche carbonare in spazi angusti e fumosi, delle manifestazioni per le strade delle città e della distribuzione di volantini a passanti che proseguono frettolosi per le loro vite.

Le riunioni si fanno in chat e le manifestazioni si fanno mettendo like di qua e di lá.

Oggi si comunica così. Non ne vado matta anche se sono felice del fatto che, pur nella diversità, tante persone commentino le mie riflessioni con intento costruttivo.

Poiché ho la sensazione di non essermi espressa al meglio o, comunque, di non aver fatto arrivare al meglio la mia idea, scriverò in modo più chiaro possibile ciò che penso sulla questione dei migranti.

Lo farò evidenziando cose che per me sono scontate, quasi ovvie e che forse, peccando di presunzione, ho dato per acquisite.

E’ inaccettabile che 47 persone siano lasciate in mare come sta accadendo a bordo della nave Sea Watch.

Si tratta di persone rinchiuse a poche miglia dalla costa in condizioni raccapriccianti, come purtroppo già accaduto quest’estate ai 137 migranti soccorsi dalla nave Diciotti.

É una situazione resa, se possibile, ancor più grave dal fatto che la nave in questione è della Guardia Costiera italiana.

Tutte, (ripeto: tutte), le persone devono essere salvate e aiutate, a prescindere dalla loro origine, provenienza, cultura o colore della pelle.

Non è accettabile che, per questioni politiche, vengano tenuti in ostaggio i più deboli.

Ed è ignobile fare politica sulla pelle dei migranti o di qualsiasi altra persona.

Chi ha acquisito consenso facendo leva sulle paure delle persone, violando norme di diritto nazionale  e internazionale pur di accaparrare voti, dev’essere giudicato da un tribunale.

Ciò è stato sollecitato dalla magistratura e, in uno Stato di diritto, è quello che deve essere fatto.

Si metta fine alla criminalizzazione delle Ong e alla loro equiparazione all’attività criminale di mafiosi e scafisti.

Ribadisco, tuttavia, che oggi, più che mai, è fondamentale un cambio di strategia, affinchè la solidarietà non diventi ipocrisia e affinchè la presenza dei migranti non alimenti il “dividi et impera” su cui vivacchiano certi politici. 

Bisogna affrontare il tema dell’Africa alla radice, non più guardando esclusivamente ai suoi ultimi effetti ovvero gli sbarchi.

Come paese Italia dobbiamo portare a Bruxelles e a Strasburgo la questione dello sviluppo economico dell’Africa.

Per questo continente serve un impegno concreto affinché anche gli stati più deboli siano resi indipendenti economicamente (e politicamente..).

Per ottenere questo, è necessaria una presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica europea: quanto del nostro benessere si fonda sul malessere di altri?

È sollevando questo pesante tema che potremo migliorare la vita delle persone che vivono in Africa evitando, o quanto meno riducendo, le partenze, i decessi nei deserti africani, nelle prigioni libiche e nel Mediterraneo.

Siamo disposti a farlo?