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Il linguaggio influenza il nostro pensiero?

Cosa avrà spinto la Presidente del Consiglio a imporre agli uffici di modificare la bozza in esame del Regolamento Interno del Consiglio Comunale per declinarlo unicamente al maschile, obbligandoli tra l’altro ad un lavoro dispendioso e certosino per togliere tutte le “/a” dal testo?

Se la volontà fosse di migliorarne la scorrevolezza, dovremmo quantomeno trovare una premessa nella quale si legge che “il ricorso al genere maschile dev’essere inteso in senso neutro“, come peraltro gran parte delle amministrazioni fa già da anni su indicazione del Dipartimento della Funzione Pubblica (leggi il testo qui).

Ma è sufficiente una dichiarazione d’intenti per garantire parità a uomini e donne?

La risposta è: no.

Anche laddove si indichi una neutralità negli intenti si fa di fatto un torto alle donne.
Oggi infatti è acclarato che le parole hanno un peso e degli effetti sull’inconscio collettivo.

Omettendo il genere femminile dal Regolamento Interno del Consiglio si associa la carica politica al solo genere maschile.

È un modo surrettizio per allontanare la presenza delle donne dalla politica e non perché lo dice la sottoscritta, ma perché lo scrivono da decenni autorevoli studiosi tra linguisti, psicologi e avvocati.

Era il 1986 quando Alma Sabatini realizzava la raccomandazione per un uso non sessista delle parole, che veniva pubblicata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e si rivolgeva a tutti, non solo alle Pubbliche Amministrazioni.

Nel 2018, invece, ci ritroviamo a fare un tuffo nel passato.

Meditate gente, meditate…