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Lunedì 6 giugno è stato portato all’esame della X Commissione il parere del Consiglio sul progetto di legge regionale per la suddivisione del territorio nei due comuni di Mestre e Venezia.

La Regione ha infatti richiesto, come previsto dalla normativa, il parere del Consiglio comunale.

Tale richiesta, alla quale bisognava rispondere in 90 giorni massimo… era datata 4 Aprile 2016!

Tradotto: è arrivata in Commissione due mesi dopo essere stata ricevuta e questo ritardo ha sottratto ben 60 giorni all’analisi dell’argomento.

Certo dev’essere stata dura per il Sindaco decidersi ad interpellare il Consiglio Comunale.. Ha temporeggiato notti e giorni per non far parlare della questione per la quale si era impegnato con i suoi alleati: il referendum per la separazione di Mestre da Venezia.!

Eh già, l’accordo politico recitava proprio così:

punto g: “Dev’essere ricercata con ogni mezzo l’elezione democratica del Sindaco Metropolitano con conseguente suddivisione amministrativa del Comune”;

punto h: “Dev’essere ricercata la celebrazione del Referendum per la creazione dei Comuni di Venezia e Mestre e, nel frattempo, la definizione precisa di bilanci in entrata ed in uscita delle aree di Venezia insulare, Lido-Pellestrina, Mestre, Marghera”.

Intendiamoci: interpellare il Consiglio è stato un obbligo.. non certo una sua volontà!

Ma non è tutto: la competenza sulla proposta di delibera è stata attribuita ad una commissione presieduta dalla maggioranza …quando la competenza era di un’altra commissione, guarda caso presieduta dall’opposizione!

In effetti, con la Commissione in mano alle opposizioni il dibatto avrebbe rischiato di farsi serio. Tale spinta autonomista infatti, cela i problemi che gravano sulla città!

Venezia perde 1000 abitanti l’anno, sopraffatta dalle masse turistiche mal gestite, dall’abusivismo e dall’inaffrontabile costo della vita.

Sono questi i temi che la richiesta di referendum solleva e ai quali l’amministrazione è incapace di dare risposta.

Essendone incapace, adduce tutte le scuse possibili per evitare l’argomento.
Si parte da improbabili argomentazioni giuridiche, per le quali il referendum regionale sarebbe “illegittimo”. Senza sapere forse che l’eventuale illegittimità dovrebbe essere espressa dalla Corte Costituzionale e non dal Consiglio Comunale.

E allora eccoci all’analisi dei giuristi “de noialtri”.

La competenza sulla separazione sarebbe esclusivamente della Città Metropolitana.

La legge Delrio (n. 56/2016), istitutiva delle città metropolitane, ha stabilito infatti che l’elezione diretta del sindaco possa avvenire solo in seguito allo scorporo del comune capoluogo (art. 1 c. 22).

A seguito di questa disposizione, per il Sindaco, non vale più  la norma dettata dall’art. 133 c. 2 della Costituzione che disciplina l’istituzione di nuovi comuni e la modifica delle circoscrizioni territoriali..

Peccato che l’art. 133 sia una norma Costituzionale e che nel nostro ordinamento non possa venire meno per mano di una legge ordinaria.

Tra l’altro, l’articolo n. 133 c. 2 della Costituzione stabilisce che “La Regione, sentite le popolazioni interessate, può con sue leggi istituire nel proprio territorio nuovi Comuni e modificare le loro circoscrizioni e denominazioni” mentre l’art. 1 c. 22 della legge 56/2014  recita “ …condizione necessaria, affinché si possa far luogo a elezione del sindaco e del consiglio metropolitano a suffragio universale, (è) che entro la data di indizione delle elezioni si sia proceduto ad articolare il territorio del comune capoluogo in più comuni..

La seconda norma, insomma, non dispone che l’istituzione di nuovi comuni sia una competenza in toto della città metropolitana, come si afferma con la ridicola delibera approvata dal nostro Consiglio comunale il 9 giugno 2016 dove si sostiene che “la legge n. 56/2014 disciplina in maniera esaustiva ed organica il procedimento di revisione del territorio del Comune capoluogo della Città Metropolitana in più Comuni, demandandolo allo statuto metropolitano”.

Né si possono addurre le argomentazioni riassumibili nelle locuzioni lex posterior derogat priori e lex speciali derogat legi generali (la norma successiva prevale sulla precedente e quella speciale prevale su quella generale).

Queste due regole si applicano alle norme di pari rango e non laddove le norme sono su un livello diverso nella gerarchia delle fonti.

I tecnici comunali, nel tentativo disperato di sostenere la versione interpretativa della maggioranza, hanno pure richiamato gli articoli 114 e 117 della Costituzione, che stabiliscono l’esistenza delle città metropolitane e le loro prerogative.

Peccato che risulti evidente anche al più distratto lettore che la previsione dell’esistenza in sé di un ente, benché tale esistenza venga stabilita dalla Costituzione italiana, non lo legittima di certo a derogare alla Costituzione stessa..

Insomma è un arrampicarsi sugli specchi confermato dal fatto che la Regione, pur avendo valutato il quadro normativo, ha ritenuto legittimo procedere secondo la procedura costituzionale.

Questa delibera, invece, ha il vero sapore  di un pasticcio in salsa fucsia.

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