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Tra gli atti al vaglio del Consiglio comunale, lunedì scorso, c’era la proposta di delibera per la creazione dell’Agenzia di Sviluppo di Venezia. Un soggetto voluto dal sindaco per promuovere lo sviluppo economico della città e per individuare investitori nazionali e internazionali.

Come Movimento 5 Stelle, condividiamo appieno la finalità, che avevamo delineato nel nostro programma elettorale. Non nascondiamo, però, di essere alquanto perplessi sullo strumento scelto per portare avanti l’obbiettivo, quello della Fondazione.
Sebbene in teoria siamo tutti d’accordo sulla necessità di smantellare il sistema di società partecipate, quell’insieme di “scatole cinesi” creato per eludere i normali controlli, ecco che si decide creare un nuovo soggetto dello stesso tipo.
“Uno strumento sobrio e veloce che consenta di muoversi agevolmente senza vincoli burocratici”, è stato detto. Senza nemmeno il controllo dei cittadini, infatti.
Abbiamo presentato alcuni emendamenti allo statuto dell’Agenzia.
Con un emendamento, abbiamo chiesto che i membri del CdA, nominati dal sindaco fossero almeno “esperti con elevata professionalità”.
Con un altro, abbiamo chiesto che le cariche del CdA e del Comitato Tecnico fossero a titolo gratuito (tale assunto era stato dichiarato nella delibera, ma non nello statuto).
Infine, abbiamo chiesto di sgombrare il campo da ogni possibile conflitto di interessi, ovvero dalla possibilità che, ad investire in città attraverso l’Agenzia, fossero affini o parenti.
Mentre i primi due emendamenti sono stati accolti, quest’ultimo è stato rigettato, con l’argomentazione che escludere affini e parenti riduceva di migliaia di unità il bacino di possibili investitori.
Forse il divieto previsto nell’emendamento era eccessivo ma, come è stato spesso dichiarato dal Sindaco, ci attendiamo che i nuovi investimenti arrivino da fuori città o anche dall’estero e non da parenti di qualche politico o dirigente comunale. Quanto visto finora, infatti, con “parentopoli” nelle società partecipate o la delibera sui cambi d’uso di appartamenti di una consigliera fucsia, non può che preoccupare sul fronte “conflitti di interesse”.
Eppure l’emendamento è stato definito “demagogico”.
In genere con demagogia si intendono le false asserzioni che mirano ad attirare il consenso del popolo.
Tutelare la città dai conflitti di interesse degli amministratori non ci pare affatto un’azione demagogica.
Ci troviamo, purtroppo, in un sistema intessuto di clientele e la condizione in cui versa la nostra città ne è la riprova. Il fatto che il problema non venga nemmeno percepito, è sintomatico di una politica che non lo vuole affrontare e che non pensa alla tutela dei più deboli.
I conflitti di interesse, per chi governa, ci saranno sempre. In taluni casi, non riconoscerli è estremamente grave. Ed in tali casi, in cui ci sono di mezzo grandi capitali, è necessario predisporre strumenti per prevenirli ed evitarli.
Questo pensiamo e non riteniamo che sia demagogia, ma una legittima aspirazione ad una società più giusta.