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RIALLOCAZIONE DEL MERCATO ORTOFRUTTICOLO (MOF)

Il 23 giugno scorso, il Consiglio Comunale di Venezia si è riunito nell’ultima seduta prima delle dimissioni e in gran fretta ha approvato il progetto di riallocazione del mercato ortofrutticolo (MOF).
Perché tutta questa urgenza?
Analizzando la questione abbiamo rilevato una serie di contraddizioni, nonché l’ennesima spesa milionaria approvata senza un’adeguata analisi dell’interesse pubblico.
Andiamo con ordine.
Nel 2009 si decide di “riqualificare” la zona di Via Torino, dove sorge il Mercato. Il Comune, nella persona del sindaco di allora, Massimo Cacciari, sottoscrive un accordo con la società Venice Campus per scambiare l’area di via Torino, con quella in via Porto di Cavergnago.

Decide, cioè, di scambiare un mercato funzionante in centro a Mestre, con una zona meno abitata e non centrale.

Secondo l’accordo, Venice Campus deve costruire il mercato ortofrutticolo in via Porto di Cavergnago, zona che, oltre ad essere meno centrale, è anche priva di un accesso via acqua.
Il terreno dove deve sorgere il nuovo mercato, pur essendo classificato come terreno agricolo, viene valutato dal Comune come area a destinazione commerciale, prima ancora di approvare una variante urbanistica in tal senso, avvantaggiando così il privato.
Sulla carta, la permuta con via Porto di Cavergnago è uno scambio alla pari.
Saputo dell’accordo, gli operatori del mercato manifestano il loro dissenso sullo scambio, a loro sfavorevole.
Sorge la domanda: perché il Comune ha fatto questo accordo senza consultare i diretti interessati? I cittadini che vengono ogni giorno in via Torino sarebbero stati concordi nell’andare dall’altra parte?
C’è stata un’analisi, da parte del comune, dei flussi e delle conseguenze economiche che lo spostamento avrebbe avuto sulle attività degli operatori interessati?
La storia non finisce qui. A seguito delle proteste degli operatori del mercato ortofrutticolo, il comune, invece di recedere dall’accordo procedimentale appena sottoscritto, decide di mantenerlo senza far costruire il mercato e facendosi invece dare un corrispettivo in denaro.
Venice Campus, la nuova proprietaria della zona del mercato in via Torino, acconsente a pagare la differenza della mancata costruzione, facendo versamenti al comune per un totale di 26 milioni circa.
Tirando le somme, tra il terreno valutato oltre 10 milioni di euro e i versamenti in denaro, Venice Campus rileva l’area di Via Torino, che vale 46,23 milioni di euro, per la cifra di 37 milioni circa, con uno sconto di 9 milioni di euro.
Rimaniamo dunque senza mercato in via Torino, e perdiamo ben 9 milioni di euro a favore di una società privata, che oggi fa capo a Mantovani s.p.a.: sì, proprio quella il cui amministratore delegato Piergiorgio Baita è stato arrestato un anno fa nell’ambito dello scandalo sul M.O.S.E.
Ed ecco la ciliegina sulla torta:
La società privata Venis Campus, divenuta proprietaria dell’area in via Torino a condizioni avvantaggiate, si è contestualmente impegnata a mantenere il MOF sul suo terreno fino al 31 dicembre 2014.
A partire da quella data, però e per tutto il mese di gennaio 2015, ogni giorno di presenza del MOF in via Torino costerà al comune, cioè a noi, € 5.000.
Rimane dunque il problema di riallocare il MOF dal 1° gennaio 2015.
Si fa avanti il Fondo Immobiliare Lucrezio, dell’imprenditore mestrino Andrea Mevorach, con la sua offerta di costruire il mercato in via delle Macchine a Marghera.
Mevorach propone di riadattare i suoi stabilimenti ad un canone di oltre 22 milioni di euro, per 40 anni. In più, propone di costruire una piscina pubblica di 33 mt. e di farsi carico della penale di € 5.000 al giorno.
Un altro affarone?
La cifra appare sproporzionata per un mercato ortofrutticolo, ma tant’è: per il catasto l’area è classificata come “commerciale”.
Con la delibera n. 53-2014, il Consiglio Comunale accetta senza tanti tentennamenti la proposta del Fondo Immobiliare Lucrezio.
Il buon padre di famiglia, prima di impegnare oltre 22 milioni di euro in affitto, con opzione di acquisto, avrebbe forse pensato ad utilizzare una struttura preesistente, riadattandola, oppure un terreno già di sua proprietà.
Oppure, chissà, sarebbe ricorso a procedure ad evidenza pubblica per cercare, nell’ambito del mercato, la migliore offerta per i cittadini.
L’acquisto di cosa futura dovrebbe essere regolato dal Codice dei contratti pubblici D.lgs 163/2006, che, in questi casi, prevede una gara di lavori pubblici, ma il comune, furbamente, decide di aggirare la legge.
Il 23 giugno il Consiglio comunale approva l’unica offerta pervenuta da un privato senza mettere in atto alcuna procedura ad evidenza pubblica.
Con una gara avrebbe rispettato la normativa e l’interesse pubblico. Che interesse avrà soddisfatto invece?